Essere ragazzi FtM all'università

Ossia il potere di essere dei maggiorenni


Articolo di: Silvia Selviero



Ecco una tematica che interessa a moltissimi carciofini ma che né io né Massimo (né gli altri ragazzi tramite qualche video) abbiamo mai preso, nel mio caso perché.. non posso parlare con cognizione di causa. Dopo il liceo mi sono fermata e ho fatto un percorso di studi che non includeva l’università, quindi mi ritrovo a non avere neppure una laurea triennale. Ma siccome sappiamo che nel mondo in cui viviamo ci si aspetta, soprattutto in Italia, una laurea un po’ come se fosse la terza media (mi è capitato di leggere, e non scherzo, un annuncio di lavoro per un’acchiappina dalle parti del Colosseo in cui volevano tre lauree in tre lingue straniere – e naturalmente essendo donna chiedevano pure che fosse giovane e di bella presenza, da bravi sessisti!), che il mercato del lavoro è sempre più competitivo e che l’università è un’esperienza in qualche modo “emancipatoria” e il primo vero assaggio di un posto dove ti trattano da persona adulta, non vorrei che qualche carciofino se la precludesse senza sapere come funziona esattamente.

Quindi, cari miei, vediamo quali sono i miti da sfatare sulle persone transessuali all’università!

Transessualità, bullismo e violenza da adolescenti: all’università sarebbe la stessa cosa??

Molti ragazzi FtM (ma all’incirca moltissime persone transgender in generale) che magari sarebbero incuriositi e interessati, da maggiorenni, ad esplorare questo ambiente, vuoi perché ne vogliono approfittare appena preso il diploma, vuoi perché dopo anni e anni in cui magari hanno solo lavorato sentono il bisogno di rimettersi sui libri per “riprendere in mano le redini della propria vita”, talvolta vengono frenati dalla paura che sia un ambiente omobitransfobo proprio come a scuola.
Non è raro che molti di essi a scuola siano stati vittime di bullismo (come ho scritto pure in Quattro cose meravigliose dell’essere ragazzi FtM e Transessualità a scuola), e che gli anni della scuola siano stati quelli in cui hanno riportato profonde ferite per l’indifferenza, la paura, l’ignoranza e l’ostilità degli altri, adulti e coetanei con meno apertura mentale di loro. Vi confesso che anche se non ho mai sperimentato la disforia di genere sulla mia pelle io rientro nella percentuale di persone che è già tanto se non hanno tentato il suicidio da adolescenti – ecco perché ringrazio anche Massimo di aver preso l’argomento nel terzultimo articolo, e ho partecipato alla discussione del Mario Mieli del TDOR 2016 con passione – e che ha evitato l’università perché dopo le superiori si è presa un break che è stato un lunghissimo lavorare su se stessa per leccarsi le ferite e ripartire da zero, frequentare gli altri e aprirsi alla vita.
Ma quando sai che, per citare qualche statistica internettiana straniera e italiana, c’è un enorme biasimo collettivo sia per le persone transgender sia per chi vittima di violenza prova a chiedere aiuto e/o dopo tenta di togliersi la vita, e che spesso le scuole fanno orecchie da mercante davanti a studentesse e studenti visti come “diversi” che vengono umiliati ed emarginati, che le persone transgender, come gli adolescenti LGBT in generale, hanno il 40% di chance in più di subire violenza e discriminazione e di provare a uccidersi, che in Italia come nel mondo c’è un tasso di abbandono scolastico elevatissimo tra le persone transgender, che in Italia non c’è una prevenzione efficace del bullismo e che qualsiasi programma formativo di educazione all’affettività viene bocciato come “propaganda gender”, beh, si può immaginare come mai ci siano alcune persone transessuali che credono che sorbire anche l’università dopo sia come entrare consapevolmente nella fossa dei leoni e ricominciare tutto daccapo. Un’altra discriminazione, altre persone che devono valutare, scrutinare, dire “tu non vai bene”. Sono sentimenti umanissimi e comprensibili che non vanno assolutamente sminuiti.
E tuttavia..
.. mi sento di dire a quelle persone che non è sempre vero.



Il potere dell’essere maggiorenni

Prima di tutto all’università i ragazzi sono più grandi, meno inclini a prendersi gioco degli altri perché meno insicuri e con un’autostima bassa dell’adolescenza, ci sono anche un sacco di adulti che hanno ripreso gli studi che quella fase teoricamente e spesso praticamente se la sono lasciata alle spalle, e purtroppo (visto che riverbera di quella forma di discriminazione che in inglese è definita “agesim”) è l’unico momento in cui chi di dovere veramente comincia ad ascoltare le esigenze, i problemi e le difficoltà degli iscritti, visto che la loro opinione e la loro voce acquistano rispetto.
Mentre non è raro che si sminuiscano i problemi dei minorenni come dei capricci o delle seghe mentali, a prescindere da quanto i problemi siano pervasivi, tremendi e dolorosi, alcuni episodi di violenza di cui la nostra società è intrisa, proprio come la discriminazione verso una persona di più di diciotto anni (che nelle coscienze di chi è molto superficiale passa da un giorno all’altro dallo status di “bambina/ragazzina” allo status di “adulta”), nella realtà in un ateneo vengono presi seriamente e possono dar luogo anche a dibattiti molto interessanti, progetti del corpo studentesco, assemblee in cui si invitano professori e relatori esperti, e perché no, può diventare materiale per una tesi di laurea.
Non sottovalutate mai il potere derivato dall’essere percepiti come adulti quando decidete il corso del vostro destino anche accademico.
Secondariamente, visto che crolla il mito dei minorenni/bambini come “fragili creaturine da proteggere e che non comprendono nulla di vita vera”, ci sono molte più chance anche di sentir parlare di identità di genere, orientamento sessuale, mondo LGBTQIAA+, sessualità, disparità di genere, femminicidio, femminismo senza che ci sia un accanimento feroce di genitori spaventatissimi dalla cosiddetta teoria gender che vorrebbero impedire che “certe realtà disgustose” arrivino alle delicate orecchie della loro prole, che magari in quelle realtà disgustose ci si riconosce proprio.
Non avete la più pallida idea di quanti ragazzi italiani e quante ragazze italiane ci scrivono privatamente di aver scoperto dell’esistenza della transessualità FtM come studenti e studentesse universitari* di sociologia/psicologia/scienze della comunicazione/quello che preferite, dicendo che finalmente a loro si era aperto un mondo, che gli sarebbe servito da morire negli anni della scuola, ma che erano felici che, anche se in ritardo, ci erano arrivati.
Spaziando da chi si identificava come persona transgender e all’università aveva avuto una presa di consapevolezza a chi semplicemente era una persona curiosa e volenterosa di farsi una cultura, dimostra soltanto che l’interesse per questa tematica e per l’affrontarla in maniera accademica, delicata, rispettosa e intimista è profondo e reale, ed è un interesse che appunto trova terreno fertile proprio in questi anni, negli atenei.
Detto banalmente: ciò che si dovrebbe fare come percorso formativo negli anni della scuola, in termini di transessualità, umanità e non solo, in Italia viene fatto più spesso che no all’università.

In fin dei conti, lo sappiamo che il nostro Paese è schiavo della televisione e che lì la maggior parte delle notizie sono censurate, e che la televisione continua ad avere la meglio sul mondo della rete, da sempre molto più liberale anche come filosofia del piccolo schermo. Se poi ci aggiungiamo pure l’essere tra i primi in Europa per analfabetismo funzionale, la scarsa conoscenza dell’inglese che dilaga pure tra alcuni giovani, la disinformazione da “Aiuto, il Gender!” e il disinteresse verso ciò che all’apparenza “non ci riguarda”, non si può sperare che tutti i carciofini italiani abbiano compreso se stessi grazie a Tumblr, YouTube e i blogger transgender che ne parlano alla stregua dei carciofini anglosassoni, in cui l’età media di presa di consapevolezza si abbassa notevolmente rispetto agli italiani.

E passando anche al mondo anglosassone rapportato alle tematiche LGBT in ambiente universitario, sentite un po’ cos’ha da dire Dan Savage, autore insieme al marito Terry Miller di “It Gets Better/Le cose cambiano” alle pagine 12, 13 e 15:

.. riflettevo su quanto spesso sono chiamato a parlare nelle università. Mi rivolgo a ragazzi omosessuali e a ragazzi eterosessuali e spesso affronto i temi dell’omofobia, dei diritti e della tolleranza. Ma non vengo invitato negli istituti superiori o nelle scuole medie, i luoghi dove l’omofobia fa i danni maggiori. A quell’età, spesso ci si sente in trappola e sarebbe utile sentir parlare di queste cose da adulti LGBT, molte vite potrebbero essere salvate. Ma pochissime scuole medie e superiori inviterebbero un adulto gay a parlare di questi argomenti con i ragazzi. Prendere atto dell’esistenza delle persone LGBT, persino quando si parla di educazione sessuale, continua a essere problematico. Un preside che faccia una cosa del genere senza che ci sia una crisi a giustificarlo – che un ragazzo vittima di bullismo si tolga la vita, per esempio – verrebbe immediatamente attaccato da genitori omofobi e organizzazioni “cristiane” intolleranti.

La società di solito offriva questo patto alle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender: possiamo torturarti fino a quando compirai diciotto anni. Fino a quel momento verrai tormentato e insultato a scuola, a casa e in chiesa. Dopo potrai fare quello che vuoi. Puoi dire a tutti che sei gay, puoi trasferirti altrove, e, forse, se i danni che ti abbiamo fatto non sono troppo gravi, puoi riprenderti e crearti una vita tua. C'è solo una cosa che non puoi fare dopo: parlare ai ragazzi che stiamo ancora tormentando, quei ragazzi aggrediti emotivamente, fisicamente e spiritualmente nelle stesse città, scuole e comunità religiose da cui sei scappato. E, se ci provi, metteremo in dubbio le tue intenzioni, ti accuseremo di essere un pedofilo, un pervertito, diremo che stai cercando di convincere i ragazzi ad adottare "lo stile di vita dei gay". 

Stessa cosa per la transessualità e per voi carciofini.



Ma c’è ateneo e ateneo: quale scegliere??

In questo ci è venuto in soccorso un carciofino (TI RINGRAZIO MOLTISSIMO, YVAN!!) presidente di Arcigay Varese e senatore accademico eletto presso il suo ateneo che ha compreso le esigenze di una persona transgender all’università, prima fra tutte l’opportunità di avere un doppio libretto includendo anche il suo nome scelto, non soltanto quello all’anagrafe, durante il percorso di transizione.
Di seguito troverete due elenchi di università; il primo riguarda gli atenei che non solo concedono l'opportunità ai propri studenti in transizione di usufruire di doppi documenti, ma ne parlano anche sui loro siti internet; il secondo tratta delle università che sicuramente garantiscono la possibilità di ottenere il doppio documento, ma il cui regolamento in questo senso non è riuscito a rintracciare online (mi sono permessa anche di aggiungerne un paio che non aveva trovato):

PRIMO ELENCO
d) UNIVERSITA' DI TORINO http://www.unito.it/avvisi/unito-tutela-i-soggetti-transizione-di-genere-con-il-regolamento-la-gestione-di-una-carriera (IN QUESTA PAGINA FIGURA ANCHE IL REGOLAMENTO PER RICHIEDERE L'ALIAS!)
g) UNIVERSITA' DI FERRARA http://www.unife.it/progetto/equality-and-diversity/organi/delibere/delibere-ateneo/carriere-alias (FIGURANO DETTAGLI MOLTO INTERESSANTI SULLA MODALITA' DEL RILASCIO DEI DOPPI DOCUMENTI)

SECONDO ELENCO

Oltretutto, per altre due città molto popolose..
1) A Roma grazie all’impegno di Beyond Differences ONLUS, assieme alla collaborazione del professor Roberto Baiocco (collaboratore di AGEDO Roma e Libellula), si sta cercando di sensibilizzare La Sapienza in modo da avere un doppio libretto per chi ne fa richiesta, e si spera che dopo di essa si abbia una reazione a catena anche per Roma Tre e Torvergata.
2) Alla Federico II di Napoli, grazie al professor Paolo Valerio (presidente dell’associazione Genere Identità Cultura e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli), è possibile richiedere in segreteria un’identità alias tramite la quale student* transgender e gender non conforming, ma anche docenti (!), possono veder rispettata la loro identità di genere. Napoli è l’unica a concederlo al personale docente assieme a Verona.



In conclusione

Non vi posso garantire che troverete sempre inclusione e rispetto come studenti universitari.
Ho un enorme rispetto e un’enorme comprensione per chi dopo la scuola si mette a lavorare o, come me, sceglie vie traverse per continuare gli studi, perché nel suo percorso interiore ed esteriore per riappropriarsi di sé in seguito a una vita di vessazioni ha dovuto/voluto fare così. C’è anche chi davvero vuole rimboccarsi le maniche lavorando, ha una carriera garantita e crede che l’università non gli/le servirebbe a nulla, e allora tanto di cappello, anche il lavoro quando si ha questa consapevolezza nella maggiore età è ammirevole.
Ma se invece c’è qualcosa che vi piace, vi appassiona e credete sia costruttivo per la vostra carriera lavorativa e per voi come esseri umani, non rinunciateci per paura di tornare a soffrire proprio quando avevate ricominciato a respirare normalmente. La situazione descritta da Yvan nei due elenchi, e le realtà come SINAPSI a Napoli, stanno diventando sempre più un ordinamento nazionale.
E comunque, essendo l’università un ambiente dove siete “il capo di voi stessi” nel bene e nel male, potete anche scegliere, se la disforia di genere è troppa e l’ambiente tra i vostri pari e i professori vi sembra ignorante o opprimente, di non frequentare affatto studiando per conto vostro, visto che come dice la YouTuber Tia Taylor (americana trapiantata a Milano) “In Italia ciò che conta è la tua performance all’esame.”
Sperimentate questo ambiente e dategli una chance consapevoli che sarà molto meno rigido della scuola.
E anche se io odio le generalizzazioni e il prendere la propria esperienza come universale, dopo secoli in cui mi sono sentita ripetere da adulti che mi circondavano che “Quando terminerai la scuola sarà solo peggio” (la cosa più tremenda che si possa dire a un* adolescente depress*, vittima di bullismo e a rischio suicidio) permettetemi di dire una cosa che va contro questo pensiero e riprende la mia esperienza personale e quella di molt* altr* ragazz*: la vita vera comincia dopo il liceo.
E adesso sta davvero a voi diventare artefici del vostro destino, in qualsiasi maniera vogliate farlo, e scrivere come volete diventare tra le pagine della vostra esistenza, pure se fossero quelle di un doppio libretto universitario.

Buona fortuna



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